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Il caicco bluViaggi e turismo culturale. Guide e libri di viaggio

Splendori di Provenza (23-26 ottobre 2026)

Il Marzo 31, 2026 da admin
Splendori di Provenza (23-26 ottobre 2026)

Ottobre 23, 2026 – Ottobre 26, 2026

L’abbazia di Thoronet

L'Abbazia di Thoronet, fondata dai monaci cistercensi nell'entroterra del Var e circondata da querce secolari, fu in gran parte costruita tra il 1160 e il 1190; completata nel 1250, rappresenta uno degli esempi più significativi di architettura romanica cistercense provenzale insieme a Sénanque e Silvacane.
Seguendo una regola ispirata a quella di San Benedetto, che prescriveva una vita di preghiera e lavoro in clausura, una colonia di monaci dell'Abbazia di Mazan in Ardèche scelse come sede della nuova abbazia Le Thoronet, un luogo appartato ai piedi dei monti Ubac ma ricco di sorgenti. Erano certi di poter beneficiare delle abbondanti risorse naturali di questo territorio, concesso loro dai signori locali.
Nel XIII secolo, l'abbazia ospitava una ventina di monaci e qualche decina di fratelli laici, incaricati della gestione delle proprietà rurali: grazie alle donazioni dei conti di Provenza e di ricche famiglie locali, i monaci accumularono un consistente patrimonio terriero composto da terreni agricoli, pascoli e saline. Ma meno di due secoli dopo, iniziò il declino dell'abbazia: nel 1430 fu posta sotto il sistema commendatario e i successivi abati, nominati dal re di Francia e non più eletti tra i monaci dell'abbazia, ricevettero una parte dei benefici ecclesiastici come proprietà personale, non vivendo nella sede abbaziale. Durante le Guerre di religione i monaci abbandonarono temporaneamente l'abbazia e nel 1660 il priore riferì "la grande necessità di riparare gli edifici di questa abbazia, che versavano in uno stato pietoso". Nel 1791, gli ultimi sei monaci se ne andarono e l'abbazia fu venduta come proprietà nazionale a privati che la trasformarono in stalle e fienili.
Classificata monumento storico nel 1840, il suo restauro iniziò nel 1841 e dal 1854 lo Stato francese acquisì gradualmente il sito, oggi entrato a far parte dei monumenti nazionali.

 

Nimes romana: l’anfiteatro e il museo della Romanità

Gli anfiteatri romani sono dei veri e propri santuari della storicità, testimoni dell’influenza del più grande impero del mondo antico: teatro dei cruenti giochi dei gladiatori e simbolo di potere, molti di essi sono ancora rintracciabili nei territori che una volta costituivano l’impero romano. Tra i vari esempi di questa strabiliante e monumentale architettura classica spicca quello di Nimes, uno degli anfiteatri meglio conservati al mondo. Costruito verso la fine del I secolo d. C., risente dell’architettura tipica dell’epoca Flavia: in particolare la facciata suddivisa in due livelli di arcate e i diversi elementi di ordine tuscanico come i pilastri, le semicolonne e l’attico. Lunga 133 metri e larga 101 metri, l’arena era destinata ad accogliere circa ventimila spettatori per assistere ai combattimenti dei gladiatori e a spettacoli di vario genere; sopravvissuta allo scorrere del tempo, all'epoca delle invasioni barbariche fu trasformata in una fortezza militare dai Visigoti e con il passare del tempo divenne un vero e proprio villaggio fortificato dotato al suo interno persino di negozi e botteghe. Un punto di svolta si ebbe nella seconda metà del XIX secolo quando fu totalmente sgomberata e riconvertita a teatro, funzione che ancora oggi possiede.

Dal 2018 di fronte all’anfiteatro è stato inaugurato il Museo della Romanità, che conserva importanti reperti archeologici, come i pregevoli mosaici di una casa romana rinvenuti proprio durante gli scavi di costruzione dell’edificio; una tappa fondamentale per poter comprendere appieno il periodo della dominazione romana nelle terre di Provenza.

 

Il ponte di Gard

Iscritto al Patrimonio Mondiale dell’Unesco, il Pont du Gard è l’elemento più prestigioso dell’acquedotto che forniva la città romana di Nîmes scorrendo per oltre 50 km, superando il fiume Gardon.
Costruito intorno al 50 d.C, è una magnifica testimonianza del genio romano, con un’altezza di quasi cinquanta metri e una lunghezza di 275 su tre livelli sorretti da archi: il livello inferiore è formato da 6 arcate, quello intermedio da 11 e quello superiore da 35; per rompere ogni senso di monotonia, i tre ordini di arcate sono arretrati l’uno rispetto all’altro.
Ma la sontuosa bellezza del Pont du Gard deriva soprattutto dalle sue forme eleganti e da una cornice naturale che per venti secoli non ha subito gli effetti del tempo: la tonalità dorata delle sue antiche pietre si armonizza con le rocce, le acque e le piante circostanti.

Arles romana e il Ponte Langlois... di van Gogh

In epoca protostorica, i Liguri fecero di Arles un punto d’incontro tra le culture celtiche e i commerci fenici, ma il vero slancio arrivò nel VI secolo a.C., quando i Focei – fondatori di Marsiglia – trasformarono l’area in un emporio strategico. Con l’arrivo dei Romani, nel 46 a.C., divenne una città fiorente: ottenne lo status di colonia e fu dotata di mura possenti, un porto fluviale e un sistema di canali che la collegava al Mediterraneo. Le grandi arterie dell’Impero passavano di qui: la Via Domitia verso la Spagna, la Via Aurelia lungo la costa e la Via Agrippa in direzione di Lione.
Era un crocevia cosmopolita, dove transitavano merci, soldati e viaggiatori provenienti da tutto l’Impero.
Il suo splendore continuò nei secoli successivi: Costantino ne fece una delle sue residenze predilette e nel 314 vi si tenne il primo di numerosi concili. In età tardoantica Arles divenne capitale amministrativa della Gallia meridionale, sede di una zecca e importante centro politico. Anche dopo la caduta dell’Impero, la città mantenne un ruolo centrale: sotto il vescovo Cesario fu primate delle Gallie e teatro di sinodi di rilevanza europea. Nel Medioevo passò dai Visigoti ai Franchi, fino a diventare capitale del Regno di Arles nel X secolo, prima di entrare nell’orbita del Sacro Romano Impero e, più tardi, sotto i Conti di Provenza.
La visita della città romana inizia con l’imponente Anfiteatro, circondato dalle strette vie lastricate di Arles: edificato nel 80 d.C. ha un’ellisse di 136 metri per 107, poco più grande dell’anfiteatro di Nîmes.
All’epoca, oltre ventimila persone prendevano posto sulle gradinate in pietra, distribuite con rigore sociale nei quattro ordini della cavea; dalle gallerie circolari, dai passaggi e dalle scale nasceva un ingegnoso labirinto che permetteva ai flussi di spettatori di scorrere senza inciampi. Un sistema architettonico tanto sofisticato quanto funzionale, pensato per condurre tutti, dal cittadino comune al notabile, fino al proprio posto.
L’arena vera e propria, un tempo pavimentata in legno, nascondeva sotto di sé meccanismi scenici e gabbie per le belve. Sopra, un velario sorretto da pali fissati nell’attico – oggi scomparso – proteggeva dal sole provenzale i volti impazienti di chi attendeva i gladiatori.

Qui, nell’antica Gallia, si svolgevano corse di bighe e sanguinose lotte tra gladiatori, ma quando il cristianesimo prese il sopravvento, nel 404, i combattimenti furono vietati e l’anfiteatro, privato del suo scopo originario, entrò in un lungo periodo di decadenza. Le arcate furono trasformate in case, quasi duecento, mentre quattro torri fortificate mutarono la struttura in una cittadella verticale, un piccolo mondo dentro le mura romane.
Solo nel 1825, grazie all’intervento dello scrittore e archeologo Prosper Mérimée, l’anfiteatro iniziò a liberarsi delle abitazioni e a ritrovare lentamente la sua identità di luogo monumentale. Poco dopo, nel 1830, l’arena tornò a vibrare di vita con le prime corse di tori. Il pieno riconoscimento internazionale arrivò nel 1981, quando l’Unesco lo inserì tra i Patrimoni dell’Umanità.
La storia di Arles è fortemente intrecciata a quella di un grande personaggio della pittura impressionista, Vincent Van Gogh, che trascorse in Provenza alcuni anni della sua vita, prima che la malattia lo consumasse definitivamente. Fu proprio ad Arles che dipinse alcune delle sue opere più famose come I girasoli, La sedia e Il café la nuit. Stregato dai colori, dalla luce e dai paesaggi provenzali, incantato dai campi assolati che circondano la città, purtroppo l’artista olandese non trovò pace nemmeno grazie alla compagnia dell’amico Paul Gauguin.
La sua salute mentale peggiorò sensibilmente, fino a sfociare nell’episodio di autolesionismo che portò Van Gogh a tagliarsi un orecchio e a ricoverarsi di sua spontanea volontà prima ad Arles e poi a Nimes.

Alle porte di Arles, lungo un canale che un tempo collegava la città al mare, si trova il ponte di Langlois. Van Gogh lo dipinse in almeno cinque versioni, attratto dalla semplicità della scena: l’arco del ponte, il cielo terso, i campi che si accendevano sotto il sole. Nei suoi occhi, quell’angolo di Provenza evocava il Giappone, terra che non vide mai ma che amò attraverso le stampe di Hiroshige. Il ponte originale non esiste più: quello che vediamo oggi è stato ricostruito dopo la guerra, ma conserva intatta l’atmosfera che colpì l’artista.

 

L’abbazia di Senanque

Severa, austera e operosa, l’abbazia di Sénanque è uno degli esempi di architettura cistercense più meritevoli del sud francese e una delle mete imperdibili di un viaggio tra i paesaggi della Provenza, in particolare della zona del Luberon. Dal 1988 sono ritornati a vivere qui i monaci cistercensi, una comunità estremamente attiva, fedele all’antica regola benedettina “ora et labora”: durante la giornata si alternano momenti di preghiera ad attività che permettono di sostenere l’economia abbaziale, come la produzione di miele e olio, la raccolta della lavanda, la manutenzione degli edifici e l’ospitalità per i turisti che decidono di soggiornarvi.
Fondata nel 1148 dai monaci di Mazan nell’Ardèche, Sénanque è la quarta abbazia cistercense della Provenza dopo Le Thoronet, Aiguebelle e Silvacane. Il luogo prescelto per la sua costruzione, un vallone di circa un chilometro di lunghezza, risultò da subito favorevole per la presenza di campi fertili e di un corso d’acqua, il Sénancole; terminata nel 1220, l’abbazia conobbe il suo periodo di maggior splendore tra il Duecento e il Trecento, grazie anche alle donazioni dei signori di Venasque e della famiglia Agoult Simiane de Gordes; un’epoca d’oro caratterizzata dall’allargamento dei confini e dei possedimenti, ma non duratura. Già nel 1439 l’abbazia contava solo tre monaci a causa del crollo delle vocazioni e dei sussidi; con l’inizio delle guerre di religione e le epidemie di peste la situazione precipitò e nel 1544 una parte del monastero venne data alle fiamme da una banda armata.
Nel 1792 fu venduta come bene nazionale, per tornare di proprietà dell’ordine monastico solo nel 1857 e il complesso sembrò tornare ai fasti del passato grazie agli importanti lavori di restauro promossi dal nuovo abate; furono anni di prosperità segnati dalla consacrazione della chiesa, avvenuta già nel 1848, e dall’operato di Jean Léonard, maestro dei novizi. Nel 1882 l’abbazia venne nuovamente venduta, ne seguirono anni di continui cambi di proprietà fino al definitivo insediamento da parte dei monaci cistercensi dell’isola di Lérins, nel 1988.

 

Il teatro romano di Orange e l’Arco di trionfo

Situato nella valle del Rodano, l’antico teatro d’Orange, con la sua facciata lunga oltre cento metri, è uno dei meglio conservati tra tutti i grandi teatri romani. Costruito all’inizio dell’era cristiana, durante l’età augustea, presenta tutte le componenti del teatro latino secondo quanto indicato da Vitruvio: la cavea (gradini semicircolari, che potevano ospitare circa diecimila spettatori), gli accessi laterali e il muro scenico sorprendentemente conservato lungo oltre cento metri con un’altezza di trentasei; colonne e numerose statue nelle nicchie decoravano originariamente il muro di scena ancora perfettamente visibile in tutta la sua mole di trentasei metri. Di questa decorazione originaria restano solo poche vestigia, tra cui la statua di Augusto ora spostata nella grande nicchia centrale.
Chiuso per decreto imperiale nel 391, il teatro venne prima abbandonato poi saccheggiato e depredato dai barbari; fu solo nel XIX secolo che l’antico teatro rinacque grazie ai lavori di restauro iniziati nel 1825 e ancora oggi ospita spettacoli di ogni genere.


Edificato sull’antica via Agrippa verso il 20 a.C. e in seguito dedicato all’imperatore Tiberio, è uno degli archi di trionfo meglio conservati di tutta la romanità. Le scene raffigurate commemorano le imprese dei veterani della Seconda legione e sono scolpite in uno stile influenzato dalla plasticità ellenistica: si possono ancora leggere chiaramente i riquadri dei combattimenti contro i Galli e la conquista di Marsiglia; fregi ornamentali con emblemi marini, frutti e fiori completano la raffinata decorazione scultorea.

Programma

Venerdì 23 ottobre
Ore 8: ritrovo dei partecipanti e partenza per Thoronet.
Ore 14,30: all’arrivo, visita guidata dell’abbazia; al termine trasferimento all’hotel Novotel di Nimes
Ore 20,30: cena presso il ristorante dell’hotel

Sabato 24 ottobre
Ore 9,30: visita guidata dell’anfiteatro romano (esterno) e del Museo della Romanità
Pranzo libero
Ore 15: trasferimento a Gard e visita guidata del ponte romano; al termine rientro in hotel a Nimes
Cena libera

Domenica 25 ottobre
Ore 9: partenza per Arles; all’arrivo sosta al ponte di Langlois e visita guidata dell’anfiteatro (anche interno)
Pranzo libero
Ore 14: partenza per Senanque e visita guidata dell’abbazia; al termine rientro in hotel a Nimes
Cena libera

Lunedì 26 ottobre
Ore 9,30: partenza per Orange per la visita guidata del Teatro romano e dell’Arco di trionfo
Pranzo libero
Ore 14,30: Partenza per Torino con arrivo previsto alle 21

Quota di partecipazione
Base 20 paganti: 840 € a persona
Base 25 paganti: 740 € a persona
Supplemento singola: 180 €

Le iscrizioni si chiudono il 31 agosto.

Vedi il calendario completo

Prossimi EVENTI

  • Giugno 20, 2026 – Casalzuigno e Cairate, 20 giugno 2026
  • Luglio 5, 2026 – Ulzio e Novalesa, 5 luglio 2026
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